domenica, 13 gennaio 2008
1. quanto tempo dedichi al giornalismo tutto
2. soffri del tunnel carpale ma per carità!
3. l'ultimo sogno che hai fatto che sognavo
4. il mondo per te fa discretamente schifo
5. ami il sole o l'inverno il sole d’inverno (riscalda)
6. il colore preferito azzurro, anzi blue notte
7. la cosa che detesti smieta (panna acida)
8. sei più in forma al mattino o al pomeriggio di sera
9. come ti trovi dentro la mucillagine con la voglia di difendermi
10. una via caratteristica di roma uno dei tanti vicoli del centro
11. alba o tramonto tramonto
12. le donne croce e delizia (banale ma è così)
13. gli uomini possibilmente amici
14. il bianconero non male, tutto sommato
15. l'ultimo libro che non hai letto harry potter
16. l'artista che ami freddie mercury
17. il quadro che ti piace di più tutto caravaggio
18. un luogo comune non mi piacciono
19. la cosa che non sopporti stare a digiuno
20. un sogno per il 2008 non vivo di sogni
21. una chimera per il 2009 nessuna guerra
22. un'utopia per il 2010 la fine del razzismo
23. un'illusione per il 2011 di non andare in pensione
24. une trouvaille per il 2012 (ormai sto in pensione)
25. una frase ad effetto cazzo!
26. un piatto preferito gnocchi
27. la stanchezza si può battere
28. il treno troppo lento (e poi non si fuma)
29. un angolo sconosciuto il foro romano, mai stato
30. la fratellanza il contrario dell’egoismo
31. l'amicizia decisiva
32. la musica che ascolti queen, pink floyd
33. un brano che si concilia con te the wall
34. la muerte arriverà
35. la giustizia arriverà (forse)
36. l'ingiustizia già c’è
37. i ricchi non li invidio
38. i poveri non li invidio
39. i famosi non li invidio
40. i molto famosi non li invidio
41. i meno famosi indifferenti
42. quelli invisibili li invidio
43. un momento felice la nascita di mio figlio
44. un momento estatico boh!
45. un momento infelice la morte di ogni persona cara
46. come vivi questa età sopravvivo
47. come sopravvivere non fermandosi mai

Mario Pischedda
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mercoledì, 09 gennaio 2008
1. Che cosa significa oggi essere un inviato, qual è il vero ruolo che ricopre nell’informazione?
E’ l’ultimo baluardo di un’informazione seria, documentata. Il suo ruolo è quello del testimone, in un mondo sempre più omologato.

2. In che cosa consiste, esattamente, la professionalità in questo mestiere?
Nella capacità, e nella coscienza, di raccontare sempre quello che si vede e che si sente. Cercare di capire, per far capire gli altri.

3. Lei ha seguito molti avvenimenti degli ultimi venti anni come inviato del Tg1, quale contributo ha dato secondo lei la televisione alla figura dell’inviato e come l’ha cambiata?
E’ cambiata molto la figura perché è cambiata la tecnologia. La possibilità cioè di trasmettere un evento nel momento in cui accade ha spinto sull’immediatezza a scapito talvolta dell’approfondimento. E’ nato insomma concretamente il villaggio globale dove tutti stanno nello stesso momento nel luogo dove c’è una notizia.

4. Mai come in questo momento lo sviluppo dei media ci pone davanti a uno dei principali problemi etici, quello della verità contrapposto alla menzogna. Sino a che punto ci si può spingere nella ricerca della notizia?
Non ci sono limiti, nel senso che bisogna fino in fondo cercare la verità. Ma la verità assoluta non esiste, esistono i fatti. Intorno a quelli un inviato serio s’impegna per tentare di offrire una versione più onesta e oggettiva possibile.

5. Lei è stato testimone di molti conflitti, dalla guerra del Golfo al dopoguerra irakeno : che cosa, in questi luoghi, il corrispondente cerca di raccontare?
Cerca di raccontare le persone, più che i luoghi. Spiegando, al di là della politica e delle strategie militari, come vive la gente.

6. Dopo la guerra in Iraq, come ha affrontato da giornalista la situazione di instabilità che si era creata? Ha mai pensato di tornare in Italia?
Il nostro mestiere è di andare dove c’è da raccontare. Se temessimo le situazioni, non faremmo il nostro lavoro. Mai pensato di fuggire.

7. E’ d’accordo sul fatto che la prima vittima in guerra è la verità?
Non solo in guerra. Sempre. Esistono le verità di parte. L’onestà di un cronista è quantomeno di rappresentarle entrambe. Ma non è facile, perché specialmente in guerra le manipolazioni sono forti.

8. Internet e le nuove tecnologie rappresentano una maggiore libertà per il reporter o una nuova forma di controllo?
Sicuramente una maggiore libertà. Non solo per i giornalisti.

9. Nel compiere il proprio lavoro fino a che punto si sente veramente libero?
Totalmente libero. La libertà è dentro di noi. Come diceva un grande maestro come Enzo Biagi, mai nessuno mi ha fatto dire quello che non volevo.

Luciana N.
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sabato, 13 ottobre 2007
Ciao Pino, leggo con passione il tuo blog, guardo i tuoi servizi al tg... riconosco il tratto della tua matita, il ticchettio della tua tastiera, la tua voce.  Apprezzo la lucidità con la quale riporti gli elementi secondari delle vicende, che appoggiati delicatamente e sapientemente qua e là, costruiscono in maniera limpida il contesto nel quale fai vivere le storie che racconti... grazie al tuo talento riesco ad immaginare lo strano clima iracheno, giallo di sabbia, di sole, di sudore, di  lacrime, di odori acri, di terrore, di paura, di idiozia, di coraggio, di disperazione...    Vivo il freddo della Val Susa, le riflessioni, le paure... le cariche.  Rifletto sull'assurdità e sul mistero della morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin.   L'angoscia dei superstiti di New Orleans e dei loro guardiani. Ammiro la tenacia con la quale segui le tue storie negli anni e la curiosità e l'abilità con la quale esplori e utilizzi le nuove tecnologie.... un sito prima ed un blog adesso.   Insomma mi sono ritrovato, in qualche modo, a studiarti... per capire come si fa a raccontare in poche righe o in pochi secondi una storia.  Caratterizzandola, colorandola, facendone sentire l'odore. Ponendo domande con semplicità e arguzia e cercando nel tempo le risposte senza avere paura di avvicinarsi alla verità, seppur scomoda o banale.  Sto cercando di scoprire come si fa il mestiere di reporter... mestiere che avrei voluto fare qualche anno fa (e che segretamente ancora desidero fare).    Mestiere che ormai sembra essere dimenticato.  Lasciato a te, a Ruotolo, a Iacona, al gruppo di Reporter, a Ranucci e a pochi altri che con professionalità, passione e coraggio si pongono le domande che hanno risposte difficili.  Immagino i retroscena, la logistica, il tessuto di contatti da cucire ogni giorno guadagnandosi fiducia e credibilità... insomma con passione seguo il tuo lavoro, con ammirazione sono grato al tuo coraggio ed al tuo talento,  con voracità cerco di imparare un mestiere che non credo riuscirò mai a praticare... Grazie per portare in qualche modo i miei occhi con te in ogni tuo viaggio. Massimiliano De Micheli
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sabato, 13 ottobre 2007
mangosi pino guerriero

Roberto Mangosi

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sabato, 13 ottobre 2007

La guerra è come la morte: ammutolisce tutti quelli che la conoscono. Poi ci sono quelli che la raccontano e che muti non ci possono stare: i giornalisti. Per natura, per mestiere e per fortuna di chi li sta ad ascoltare da casa. Tra di loro ce ne sono alcuni che, nonostante gli anni passati al fronte e le parole spese per gli orrori visti, continuano a commuoversi per la cattiveria umana. Pino Scaccia, inviato storico del Tg1 è uno di loro: il suo blog è seguito da migliaia di persone che ammirano la sua umanità oltre che la professionalità. Gli abbiamo chiesto che cosa è il giornalismo di guerra, come lavora un inviato televisivo, quanto è disposto a rischiare per la sua professione. Ecco cosa ci ha risposto.

Sei parte in causa, ma come giudichi l'informazione mondiale sulla guerra in Iraq? E quella italiana?
Domanda difficile. Non è facile fare informazione in guerra. Perchè non esiste la verità assoluta e dunque una buona informazione è quella di dar conto, complessivamente, di entrambe le parti in conflitto. È chiaro che ciò è stato possibile dalla somma dei vari interventi: quelli di parte occidentale e quelli di parte araba. Non per spirito nazionalistico ma credo che tutto sommato, considerando la complessità della questione, la stampa italiana non si sia comportata male.

Fare l'inviato di guerra è una scelta, una missione o una sfida?
Intanto, per me l'inviato di guerra non esiste. È solo un'etichetta. Esiste l’inviato che va dove lo porta la notizia. In tanti anni da inviato ho seguito vari eventi, certamente anche le guerre che sono un evento speciale. Non si va in guerra con spirito particolare se non con la voglia, come sempre, di raccontare. Certo, bisogna prendere qualche accortezza in più ma non la considero una missione. Semplicemente un mestiere, magari un pò speciale. Personalmente mi sento un privilegiato: perché sono io il tramite tra la gente e l'evento, che racconto con i miei occhi e la mia anima.

Questa guerra a tuo avviso è più sporca delle altre? O sono tutte uguali?
Tutte le guerre sono sporche. E neppure ci sono buoni e cattivi. Questa guerra ci sembra più sporca perché la conosciamo di più, la vediamo passo passo, dal di dentro.

Hai paura? E se ne hai, hai paura della tua paura?
Guai se non avessi paura. È la paura a salvarti la vita. La paura ti insegna la prudenza, ti addestra nelle scelte di luoghi e persone. Il problema è quando non hai paura e ti senti immortale. Tutti noi abbiamo avuto la prima grande paura, quella decisiva. Ma non tutti purtroppo hanno avuto la possibilità di ricordarla e di farne tesoro.

Quanto dolore provi a fare questo mestiere e quanto sei disposto a rischiare per il tuo lavoro?
Il dolore c'è. E anche una fatica sovrumana talvolta. Devi provare emozione, per poterla trasmettere. Il dolore c'è ma deve restare dentro. Sono disposto a rischiare tutto meno che la vita. Ogni scelta è determinata dalla consapevolezza di restare vivo. Ma non ci sono regole. Spesso si rischia di più e non ci si rende conto. Scelte istintive. Forse, per esempio, ho sbagliato ad andare a Najaf quel giorno.

Perché secondo te gli estremisti si sono accaniti contro i giornalisti?
Perché quando è attaccato un giornalista è tutto enfatizzato. Chi vuole il terrore sa che colpendo i giornalisti hanno una grande cassa di risonanza.

I tui ultimi post, sul tuo blog, sono strazianti. Non ti viene un po' di rabbia pensando a chi, come noi, sta comodamente seduto sulla poltrona di casa mentre in Iraq succede quello che succede?
Rabbia assolutamente no, perché? La scelta è mia. Sinceramente neppure invidia perché credo di essere io il fortunato. Mi fa rabbia soltanto quando qualcuno che sta comodamente seduto in poltrona pretende di dare lezioni, di capirne più di noi che conosciamo posti, persone e situazioni. Questo non lo accetto. Liberonews  18  settembre  2004

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